Taste the sun

Enorme. Il baratro che s’apriva di fronte ai suoi occhi era enorme, titanico in ampiezza e terrificante in profondità. Se mai profondità, come contemplata nei canoni umani, era presente.
Si innalzava dal buio una melodia greve ma contemporaneamente ritmata. Quasi affascinante. Distorta nella sua musicalità e battuta nella sua pienezza lontana.
Non ci fece caso, inizialmente, ma i suoi passi mossero automaticamente in direzione del dirupo: come si fosse attivato un meccanismo sopito da tempo. Incrostato di ruggine, ora magicamente ritornato alla vita. Quella vita che gli mancava. Da anni, decenni. Da troppo tempo. Che non sarebbe più tornata.
Muoveva passi. Piccoli passi. Distanziando i piedi di poco. Simile ad un vecchio.
Ecco, ancora. Similitudini. Tutto lo portava a pensare alla Fine. L’Omega delle cose. Il ‘the end’ del suo misero spettacolo. Tutto convergeva nel suo nulla apocalittico senza futuro.
Mosse ancora passi, incerti ma feroci nell’appoggio; a voler calpestare la terra che così poco gli aveva offerto. Anzi quasi tutto gli aveva rubato.
Arrivò ai limiti del precipizio. La musica era udibile distintamente. Senza più distorsioni tranne i passaggi di chitarra che volutamente lo erano. Ne era trascinato. L’ultimo, feroce, passo non calpestò la sua odiata terra. Semplicemente non calpestò.
Il baratro lo abbracciò nella caduta con fauci infuocate e mani dal gelido tocco. Stava per morire. O forse no. Sarebbe morto di vecchiaia e stenti precipitando.
..e le libellule non erano ancora giunte..

Stop. Simulazione interrotta.

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