Esistere, laggiú.

La promenade è lungo corridoio sospeso nel vuoto, lastricato di metallo e pietra lavica giunti dalla stella laggiù, nel fondo dell’oscurità.
Il vetro protegge dalla radiazione solare e dal vento elettromagnetico, antica energia esplosa all’inizio dei tempi e non ancora stanca di correre laggiù, nel fondo dell’oscurità.
La voce è una pulsazione che entra dentro e si muove contro la mia volontà in basse frequenze di risonanza. Tranquillizza e prende per mano, mi accompagna in viaggi interstellari al di fuori della sfera terrestre. Lontano dalla gravità, delle cose e delle giornate. Distanziando persone, fatti. Annullando pensieri, dispensando tristezza e malinconia. Visioni che s’aprono dietro la retina, costruite dall’interazione di sinapsi e reti elettriche tra corteccia, cervelletto e mesencefalo.
Forse c’è anche un po’ d’anima e di cuore.
E se l’affannosa rincorsa volta alla ricerca della non-emozione ogni momento si fa pressante, sempre più, l’immagine che ne ricavo è d’anoressia sistematica. Ne vorrei fuggire dal contatto, irrimediabilmente ne sono attratto. La mancanza è un virus insinuato che dev’essere debellato in ondate di dolore del corpo, della mente, del cuore.
Dell’intero sistema uomo affinchè solo la macchina sopravviva nel perfetto calcolo della logica.

Volevo essere un figlio del sole. Attendo l’arrivo dell’arcangelo.

I pensieri fluttuano tra mani e schermi, inarrestabili e la natura dell’Eterno vacilla maggiore è la distanza.

Io esisto. Laggiú, nel fondo dell’oscurità.

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