Il Sadismo Della Gravità
La città era stata progettata per piegare la gravità.
Il progetto piegò la città stessa e tutti coloro che restavano.
Non si trattava più di scienza ma di intrinseco errore umano.
Grattacieli troppo alti per una popolazione quasi inesistente, strade larghe come piste di decollo, finestre vuote che ululavano insieme al vento. Il fallimento dell’esperimento aveva lasciato un’eredità semplice: instabilità strutturale, vertigini croniche, e una sensazione costante che il corpo potesse cadere verso l’alto. Chi non era fuggito aveva imparato a convivere con il rumore. O ad usarlo come la melancolica melodia dell’annichilimento.
Si incontrarono senza motivo. Due sconosciuti che non cercavano nulla, perché cercare implica speranza. E la speranza è una sottile forma di menzogna che si autoalimenta per sopravvivere.
Lui portava addosso una stanchezza metodica. Il dolore, per lui, era disciplina: lo infliggeva per sentirsi reale, lo riceveva per ricordarsi che il corpo è una macchina che risponde ancora. Una macchina che non contempla l’errore – se esiste l’errore deve esistere anche la punizione.
Lei era fatta di nervi scoperti. Il masochismo non come piacere, ma come espiazione: soffrire per giustificare l’esistere. Nessun trauma da raccontare. Solo una fame ordinata – una bulimia erronea di ricerca e malsano appetito emotivo e carnale.
Si parlarono poco. In quella città il vento faceva già abbastanza conversazione.
Quando iniziarono a frequentarsi, la relazione prese subito la forma corretta: veleno.
Un composto instabile che brucia e tiene svegli ed ammorba quasi a voler soffocare l’aria stessa – tutti gli spazi condivisi.
L’amore, tra loro, non era cura. Era una sostanza tossica a rilascio lento. Ogni incontro aumentava la dose della loro personale flebo. Ogni gesto gentile era seguito da qualcosa che faceva male: una parola calibrata per colpire, una pressione che durava un secondo di troppo, una violenza improvvisa che non chiedeva consenso perché il consenso era implicito nel restare. Spingere in profondità fino a toccare le pareti intoccabili. Fino a far sanguinare il corpo da qualsiasi orifizio.
La dolcezza non spariva. Conviveva come nel peggior malsano rapporto.
Erano carezze dopo lividi o silenzi condivisi dopo esplosioni.
Il corpo imparava a confondere conforto e minaccia, e il cervello—come sempre—si adattava.
Quando il veleno raggiunse il picco, l’emotività repressa deflagrò.
Non in urla melodrammatiche, ma in atti concreti: il sangue non era più simbolico perchè la violenza che non aveva più bisogno di giustificazione morale. Si ferivano perché era l’unico linguaggio rimasto che non mentisse. Ed entrambi volevano essere sinceri. Cristallini.
Eppure, dentro quel collasso, qualcosa tornava a vivere. Non felicità—superstizione—ma una presenza piena, momentanea. Come se l’intossicazione avesse finalmente anestetizzato la paura di sentire. Quale abominio: il voler sentire quando la paura stessa è sentire.
La città continuava a ululare.
Loro no.
Restavano lì, avvelenati, in piedi tra le rovine di un esperimento fallito, a dimostrare una verità poco romantica:
alcuni amori non salvano, non redimono, non migliorano.
Si limitano a tenerti in vita mentre ti consumano.
E per certi esseri umani, è più che sufficiente. Non lo capirò mai… pur essendo il mio potere speciale.
Del Divino Anelare
Perchè Io li guardo dall’alto, dal basso, da dentro le loro sinapsi marce.
Perchè Io sono la divinità minore del legame: non creo mondi, creo incastri sbagliati.
Il mio altare è il primo sguardo che dura mezzo secondo di troppo.
Ed in questa città dalle prospettive sbagliate ho trovato gli sguardi che cercavo da tempo.
I. Il primo incontro
Accade sempre così:
un dettaglio insignificante — una battuta mediocre, una ferita esposta per errore, una somiglianza con un fantasma d’infanzia.
Io soffio. Nulla di mistico: un leggero scarto percettivo.
Lui la vede più luminosa di quanto sia.
Lei lo percepisce più profondo di quanto possa permettersi.
Si riconoscono come superstiti di naufragi diversi. È una bugia elegante.
Mentre Io sorrido.
II. L’attrazione sessuale
Il corpo fa il suo sporco lavoro senza consultare il cervello.
Ormoni come chierichetti strafatti di ketamina, pronti a reggere l’incenso del desiderio.
Non è eros: è quella fame vorace travestita da destino.
Si toccano con la devozione di chi crede di essere stato scelto.
Ogni gesto dice: forse questa volta il vuoto starà zitto.
Il sudore.
La paura di non bastare.
L’eccitazione di essere finalmente necessari a qualcuno.
Mentre Io registro tutto.
III. Il coinvolgimento emotivo
Qui inizia la liturgia vera.
Confessioni notturne, traumi offerti come ostie umide.
“Non l’ho mai detto a nessuno.”
Mentono. Lo hanno detto a chiunque fosse disposto a restare.
Costruiscono un’intimità accelerata, una casa senza fondamenta, arredata con promesse premature.
Ogni carezza diventa un contratto non firmato:
– dipendenza
– proiezione
– paura dell’abbandono
Ogni silenzio, una minaccia.
Mentre Io pianto chiodi invisibili.
IV. La relazione stabile
Ah, la stabilità.
Il mio capolavoro più frainteso.
Routine, piccoli compromessi, risentimenti messi sotto il tappeto come ossa in polvere.
Non fanno più sesso per desiderio, ma per manutenzione.
Non parlano più per conoscersi, ma per evitare detonazioni.
Si chiamano “amore” mentre si stanno consumando a morsi microscopici.
Ed ogni giorno insieme è un atto di fede contro l’evidenza che rende sempre più il fluido calore, percepito inizialmente, null’altro che freddo marmo insensibile al tutto.
Mentre Io li vedo irrigidirsi come statue che si tengono in piedi a vicenda per pura paura del crollo.
V. Il disfacimento
Non arriva come una catastrofe. Arriva come stanchezza.
Un giorno uno dei due guarda l’altro e non prova odio, né amore.
Solo estraneità.
È allora che io scendo in mezzo a loro e sussurro: finalmente.
Le accuse emergono come cadaveri gonfi del gas nella putrefazione.
Quindi si separano a brandelli, cercando di stabilire chi ha rovinato chi, come se il veleno non fosse stato bevuto in due, con entusiasmo.
Mentre Io estraggo dal mio mazzo di carte le nuove vittime sacrificali.
Io non punisco.
Io realizzo.
Ogni relazione tossica è un sacrificio umano che si compie da solo, convinto di essere una storia d’amore.
Io raccolgo ciò che resta: paura rinnovata, cinismo fresco, un altro nuovo strato di corazza.
Mentre Io torno ad aspettare il prossimo primo sguardo.
Ho tutta l’eternità in questa città piegata da una gravità innaturale.

:: anche questo dio è un’arma ::